Ai confini del sostenibile

Il bilancio sociale dei produttori di armamenti.

Il bilancio di sostenibilità, nato in ambito europeo e obbligatorio ora per tutte le graandi imprese italiane, rende conto degli impatti non finanziari delle organizzazioni produttive verso tutti i soggetti con cui entrano in contatto. Rende conto e informa tutti gli stakeholder dei risultati conseguiti, non solo economici, ma anche sociali e ambientali. Dal 5 gennaio 2023 una specifica direttiva (CSRD, Corporate Sustainabilty Reporting Directive) detta i criteri di rendicontazione, ampliando in modo significativo il numero di imprese tenute a notificare informazioni sulla sostenibilità.

Un miliardo e 122 milioni di euro: questa la cifra significativa investita in iniziative di responsabilità sociale di impresa (Csr) in cui si impegna l’80% delle imprese italiane con oltre 80 dipendenti, come emerge dal VII Rapporto sull’impegno sociale delle aziende in Italia dell’Osservatorio Socialis.  Quando nel 2001 la Commissione europea pubblicò il Libro verde sulla Csr il tema era semisconosciuto e vissuto più come strumento di marketing che come leva per lo sviluppo del business. Lo scenario è cambiato? Sì, è cambiato: le imprese credono nella Csr e i consumatori premiano le aziende più etiche. 77 imprese su 100 prevedono in anticipo il budget per la Csr ed esegue a valle una analisi costi-benefici mostrando maggior “professionalizzazione” e strumentazione conoscitiva. Quasi metà delle aziende ha al proprio interno un responsabile della Csr. L’attenzione principale delle imprese è tuttavia orientata al coinvolgimento dei dipendenti e all’attenzione ambientale, con iniziative di lotta agli sprechi e ottimizzazione dei consumi energetici: politiche benemerite, utili, convenienti. Certo, da un bilancio di sostenibilità sociale ci si può e ci si deve attendere molto di più del consiglio o dell’obbligo “ l’ultimo spenga la luce! “

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Ma affinchè le imprese si misurinoo e mettano in campo una visione più coraggiosa del valore sociale d’impresa ed investano in trasparenza comunicativa senza nascondere la polvere sotto il tappeto, occorre anche che vengano portate alla luce difficoltà, incongruenze ed aporie che perrmettono la convivenza di “oves et boves” dentro la stessa greppia deella sostenibilità

Recentemente il Financial Times ha messo sotto la lente di ingrandimento 15 gruppi multinazionali che producono per il settore militare, tra cui i maggiori appaltatori statunitensi – la britannica BAE Systems, l’italiana Leonardo e la sudcoreana Hanwha Aerospace –   rilevando incrementi del loro fatturatto per 76,4 miliardi. Tale incremento è destinato a salire già nel corso del 2024 per la decisione (non solo europea) di sostenere le ragioni e le regioni coinvolte dei conflitti che insanguinano il mondo. La crescita degli ordini e dei profitti per le aziende del settore, hanno gonfiato le quotazioni di Borsa: quello di Leonardo, per stare  a casa nostra, è cresciuto al 15 dicembre 2023 del 210 per cento. C’è qualcosa di più da dire e il di più definisce meglio la questione cruciale in gioco. Per un insieme di accordi stipulati dalla stessa Leonardo, oggi i suoi missili potrebbero essere utilizzati direttamente sulla Russia senza che l’Italia possa  controllare, avallare o respingere una tale possibilità. Nessun veto può avvallare Giorgia Meloni sul pemier britannico Keir Starmer: nonostante i missili Storm Shadow siano prodotti con il contributo fondamentale dell’italiana Leonardo, Londra potrebbe decidere di inviarli a Kiew unilateralmente, con licenza di colpire in territorio russo  senza il nostro assenso. L’incontro di oggi tra il Presidente del Consiglio e il suo omologo d’oltre Manica non sarà semplice. Ma facile o difficile che sia , pone a noi in questo specifico ambito di indagine e valutazioni una questione che sta alla radice e brutalmente  può essere riassunta così: se si entra a gamba tesa nel terzo conflitto mondiale a pezzetti, se vi si entra con deliberato consenso offrendo orai e sistemi di difesa e poi offesa, nel Bilancio Sociale d’impresa si può  controbilanciare la scabrosità della decisione con la valorizzazione dell’opera di  Igor Mitoray dedicata alla Dea Roma , in Piazza Montegrappa, Leonardo Corporate Headquarters?,  

Questa domanda che va dritta al cuore della Responsabilità sociale come si va configurando nel nostro Paese e la mortifica strutturalmente se non trova una via d’uscita attraverso cui riformularsi.

Diciamo, genericamente parlando, che i conflitti sono capaci di concentrare i benefici in un’esigua minoranza e di ripartire i costi sul resto della società. Non in modo uniforme ovviamente. I cittadini dei Paesi dilaniati dagli scontri sono ovviamente i primi colpiti seppure non tutti allo stesso modo. Bambini, donne, anziani, minoranza, poveri, disabili – i gruppi sociali con meno risorse – pagano un prezzo tragicamente più alto. Perdite indirette – di vario tipo, dai danni ambientali alle ricadute sul commercio globale -, infine, ricadono a cascata anche su quanti risiedono a migliaia di chilometri dal teatro bellico. Per molti non esistono guerre giuste perché giusta può essere solo la pace. Per qualcuno ci sono guerre giuste e sostenibili. Per pochi o per nessuno il peso di una guerra è sopportabile, giusto e sostenibile se vissuto direttamente sulla propria pelle.

Qualcuno con solide relazioni nelle “stanze dei bottoni” e, per questo, in grado di condizionare il dibattito pubblico, facendo apparire lo scontro armato come inevitabile e la sola alternativa. In realtà è sempre una delle scelte possibili, non l’unica. Non si tratta di aspirazioni ingenue di qualche benintenzionato. Troppo spesso il rifiuto delle armi è associato all’inerzia o, peggio, alla resa. Al contrario, ci vuole impegno, ostinazione, coraggio per rifiutare di ridurre l’altro a corpo da soggiogare o eliminare. La pace è una scelta, incompatibile con il business delle armi. Ma forse è già incompatibile con la redazione di un vero bilancio sociale. Al riguardo del quale va pur detto che qualcuno degli attori autorizzato a redigerlo e a validarne la sostanziale veridicità non dovrebbe essere “preso”  esclusivamente tra le  figure professionali delle società  finanziarie e di revisione, ma dovrebbe riguardare anche quei mondi (terzo settore, fondazioni no-profit, associazioni) che quotidianamente operano per il raggiungimento del bene comune e saprebbero  impedire l’utilizzo improprio del bilancio sociale come belletto per coprire rughe, grinze e solchi sotto la pelle.

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