Mattel ha presentato la sua prima bambola Barbie autistica, creata con la consulenza della comunità autistica con lo scopo di rappresentare i modi comuni attraverso i quali le persone “nello spettro” possono sperimentare, elaborare e comunicare il mondo che le circonda.
Sviluppata per oltre 18 mesi in collaborazione con ASAN, un’organizzazione no-profit per i diritti delle persone con disabilità – gestita da e per persone con autismo che si batte per i diritti della comunità autistica – questa bambola si unisce alla collezione Barbie Fashionistas, che vuole raccontare la più ampia gamma di tonalità di pelle, texture dei capelli, corporature e diverse condizioni mediche e disabilità.
Mattel, in stretta collaborazione con ASAN, ha fatto delle scelte di design ben precise per la bambola Barbie autistica, cercando di rappresentare in modo autentico alcune esperienze e caratteristiche delle persone che rientrano nello spettro autistico.

Nello specifico la bambola Barbie autistica include queste caratteristiche e accessori:
Corpo: La bambola Barbie autistica è dotata di un articolazione del gomito e del polso, che consente ad esempio di sbattere le mani e compiere altri gesti con le mani che alcuni membri della comunità autistica usano per elaborare informazioni sensoriali o esprimere eccitazione.
Sguardo: La bambola è progettata con lo sguardo leggermente spostato lateralmente, per riflettere il modo in cui alcuni membri della comunità autistica evitano il contatto visivo diretto.
Accessori: Ogni bambola include un fidget spinner rosa con clip da dito, cuffie antirumore e un tablet.
- Fidget Spinner: La bambola tiene in mano un fidget spinner rosa con clip da dito che gira davvero, offrendo uno sfogo sensoriale che può aiutare a ridurre lo stress e migliorare la concentrazione.
- Cuffie: le cuffie rosa antirumore sono posizionate sulla testa della bambola e rappresentano un accessorio utile e alla moda che riduce il sovraccarico sensoriale bloccando i rumori di fondo.
- Tablet: un tablet rosa che mostra sullo schermo applicazioni di Comunicazione Aumentativa e Alternativa (CAA) basate su simboli e funge da strumento di supporto nella comunicazione quotidiana.
A seguito dell’annuncio di Mattel non sono mancati scetticismo e critiche; tra tutte quella di Gianluca Nicoletti, giornalista e scrittore, padre di Tommy, un ragazzo autistico. Nicoletti da subito ha rilasciato un’intervista a Linda Varlese dell’ Huffington Post definendo la bambola Barbie autistica “un’operazione scorrettissima, che edulcora la realtà e allo stesso tempo congela gli stereotipi…una cosa ridicola e al limite della sconcezza”. Posizione riportata anche su “Per Noi autistici”, area di informazione sul tema gestita dallo stesso giornalista.
Più prudente la posizione di Nico Acampora, fondatore di PizzAut, che ha riconosciuto in un’intervista a La Repubblica come “sia sempre positivo quando si parla di autismo”, ricordando però che “non tutte le persone con autismo hanno le stesse caratteristiche e non si deve mai generalizzare”.
Alcune considerazioni
Siamo tutti consapevoli che l’autismo è una condizione complessa, impossibile da rappresentare nella sua totalità: ogni rappresentazione implica inevitabilmente una riduzione.
Il gioco, però, resta uno strumento potente di inclusione e di costruzione dell’immaginario, perché consente di relazionarsi con il mondo, di comprenderlo e di apprenderne le dinamiche: ti forma e ti informa.
Questa linea di Mattel, pur nascendo da precise scelte di marketing e da una logica di profitto, può comunque offrire ai bambini un’occasione di confronto con l’alterità, con qualcosa che magari non hanno ancora incontrato direttamente, ma che incontreranno crescendo.
Forse, allora, la riflessione dovrebbe spostarsi su ciò che accade dopo l’acquisto di una bambola di questo tipo.
Se il bambino non ha ancora le competenze per decodificarne il significato, chi le ha? L’adulto. Che si tratti della Barbie autistica o della Barbie con il diabete, prodotti di questo tipo non possono limitarsi a una rappresentazione simbolica — rischiando di rimanere un’operazione cosmetica — ma dovrebbero farsi anche strumenti di spiegazione e di consapevolezza.
La domanda che ci poniamo, e su cui raccoglieremo risposte, è quindi questa: quanto e come l’informazione accompagna l’operazione?