HomeEditorialiBudweiser: lo spot politicamente corretto è un boomerang

Budweiser: lo spot politicamente corretto è un boomerang

Il celebre brand della birra costretto ad un passo indietro

Da diversi anni, uno dei temi ricorrenti sfruttati dalle imprese per rilanciare la propria responsabilità sociale è l’inclusione. Che ha significato soprattutto sostenere e condividere le campagne del movimento LGBTQ contro la discriminazione verso gli omosessuali.

Inizialmente aveva un senso, ma poi è diventata una sorta di ossessione tracimata negli spot, nei video musicali, nelle serie tv. Ovunque.

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Nulla quaestio sulla correttezza di richiamare al rispetto di ogni scelta sessuale, ma quella che è apparsa eccessiva è stata la mancata corrispondenza tra la realtà e la sua rappresentazione. In alcune conferenze, Larry Fing, CEO di BlackRock, il fondo che ha partecipazioni nelle prime 500 multinazionali, si è vantato di avere svolto una decisa moral suasion sulle aziende partecipate a favore della promozione della cosiddetta cultura woke, LGBT e degli ESG.

È noto che il capo di Black Rock sia uno stretto sodale di Klaus Schwab, il quale crede fermamente nelle tesi che nel 1969 Frederick Jaffe, vice-presidente della International Planned Parenthood Federation, aveva scritto per l’Organizzazione Mondiale della Sanità, in un memorandum strategico con l’esplicito obiettivo di diminuire la fertilità umana. Tra i mezzi funzionali alla contrazione delle nascite, Jaffe aveva individuato i seguenti: “Ristrutturare la famiglia, posticipando o evitando il matrimonio; alterare l’immagine della famiglia ideale; educare obbligatoriamente i bambini alla sessualità; incrementare percentualmente l’omosessualità”.

            È quanto puntualmente accaduto, anche se già qualche anno fa, il past president di Eurisko Giuseppe Minoia aveva cercato di mettere in guardia le aziende invitandole a smettere di cavalcare questo tema, e a “ritornare al mainstream”, dato che cominciavano emergere segnali di insofferenza in crescenti fasce di consumatori.

            Il recente caso della birra Budweiser ne è la riprova. Famosa per essere la birra più popolare in America, è incorsa in un incidente che ne sta minando fortemente la reputazione commerciale. È accaduto che due top manager del marketing hanno deciso di lanciare una campagna abbinando all’immagine della birra quella del noto attivista transgender Dylan Mulvaney, con 12 milioni di follower su Instagram e TikTok.

            L’idea ha talmente irritato i consumatori – evidentemente in grande maggioranza eterosessuali che non hanno gradito l’identificazione con il discusso personaggio il cui volto era stato pure stampato sulle lattine -– che ne è scaturito uno spontaneo boicottaggio capace di provocare una flessione del 21% nelle vendite e una perdita di quasi 5 miliardi di capitalizzazione del titolo in Borsa.

            Mentre i due top manager sono stati licenziati, l’azienda ha cercato di correre ai ripari girando un nuovo spot con scene di un destriero che corre nella prateria inframmezzate con immagini e testi inneggianti a temi patriottici.

            Una toppa peggiore del buco, viene da dire. Se è stata ritenuta eccessiva dai consumatori la campagna con il transgender, pare venga ritenuta poco convincente e troppo strumentale la campagna patriottica, come dimostra il trend delle vendite che non accenna a riprendersi.

La morale che se ne deve trarre è che il marketing non si può fare ricorrendo troppo facilmente le ideologie del momento, perché quando si compromette l’immagine e la reputazione (in una parola l’identità consolidata) di un brand, recuperare è durissimo. Specie se l’errore viene commesso in nome della responsabilità sociale d’impresa.

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