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Dal Pandoro Ferragni alle raccolte fondi

L’analisi del fenomeno fatta da Alberto Contri

Il caso del pandoro Ferragni/Balocco occupa da giorni le prima pagine e i primi titoli dei tg. Al di là del fatto specifico di cui si sta occupando la magistratura, al Governo si sono accorti che la normativa vigente presenta molte lacune, permettendo che si verifichino situazioni come quella in cui la famosa influencer viene accusata di aver lasciato intendere che la donazione all’Ospedale Regina Margherita sarebbe stata proporzionale alle vendite, quando la cifra donata dall’azienda era già stata fissata in partenza.

Ecco perché, secondo Il Messaggero, “si starebbe studiando l’obbligo da parte di aziende e le società di rendere pubbliche le cifre legate alle loro iniziative di beneficenza, con un dettaglio approfondito. Chiarendo anche se la somma da devolvere è stata fissata in modo arbitrario o se dipende dall’andamento delle vendite, specificando la percentuale dei guadagni destinata alla causa”.

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Se si decide di riformare la legge esistente, l’occasione è buona per mettere ordine anche nel campo delle raccolte fondi.

Càpita quindi a fagiuolo la recente pubblicazione della nuova edizione de “L’industria della carità” di Valentina Furlanetto (Ed. Chiarelettere).

Nel suo saggio, l’autrice si chiede: “Dove finiscono i soldi che diamo in beneficenza? Tra sms che salvano, adozioni a distanza, partite del cuore, azalee e arance benefiche, quanti soldi arrivano davvero a chi ha bisogno? E che fine fa il resto?”

Valentina Furlanetto racconta le ombre della solidarietà trasformata in business attraverso i bilanci delle associazioni, gli stipendi dei supermanager che le dirigono, la testimonianza dall’interno degli ex membri, le spese folli in pubblicità o per accaparrarsi testimonial e vip, proprio come nel caso Ferragni/Balocco.

Oggi le raccolte fondi per le più diverse e meritevoli cause sono davvero tante, e non si limitano più a chiedere uno o due euro, ma un impegno continuativo di 9 euro al mese.

Le campagne, inoltre, sono piuttosto simili, in quanto tutte cercano di commuovere e stimolare la pietà del potenziale donatore. È più utile fare una donazione a chi si prefigge di ridurre la fame nel mondo o a chi sostiene la ricerca per guarire una malattia rara?

Difficile dirlo, ma sarebbe già un bel passo avanti se chi organizza una raccolta fondi si impegnasse ogni tanto a rendicontare con una adeguata campagna come vengono spesi i denari ricevuti.

Questo esercizio di trasparenza permetterebbe di donare sulla base di oggettivi dati di serietà, e non sulla base di appelli emotivi, che oltretutto hanno il difetto di assomigliarsi davvero troppo.

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