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Fiumi di fango e fiumi di parole

La terza via, tra inerzia e nuova progettazione straordinaria.

Emilia Romagna (e Marche) pagano una seconda volta le conseguenze della mancata prevenzione sui territori. Fiumi d’acqua hanno invaso città e paesi esattamente come ed esattamente dove erano debordati un anno fa, dalla mezzanotte del 15 maggio al 17 maggio causando l’esondazione di 21 fiumi e allagamenti diffusi in 37 comuni. Un giorno di pioggia e 365 giorni per riportare tutto alla normalità Ma poi sopravviene un altro giorno di pioggia e tutto ritorna a-normale. Nessuna ruspa tra un anno e l’altro. Servono nuovi piani generali d’intervento, quelli precedenti non avevano messo a fuoco per bene il carattere strutturale, per nulla episodico, di quanto accaduto l’altro ieri e ieri.

Spostando sempre più in alto l’asticella delle cose da fare in futuro non si chiude lo iato tra quello che si dovrà e potrà intraprendere e ciò che è successo effettivamente. Cosa è successo? Niente. Semplicemente niente. Se due fiumi si incrociano e unendo la loro portata d’acqua scendono a valle dallo stesso punto e con le stesse modalità, prima che venga redatto il nuovo ed enciclopedico piano per la messa in sucurezza definitiva del territorio dell’Emilia, una ruspa, due periti, l’impresa capace di individuare l’intervento e la sistemazione finale avrebbe evitato il peggio e impedito il disastro-fotocopia. Qui sta uno dei drammi della politica che anziché dedicarsi al possibile, insegue l’impossibile. Talmente impossibile che nessun piano d’intervento è stato redatto, presentato e approvato dopo il disastro dello scorso maggio.

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Non è una questione di risorse, anzi: ascoltando e sommando una dopo l’altra tutte le voci di spesa già stanziate si rimane impressionati dalla loro consistenza e dalla loro pre-destinazione d’uso. Ma lo stanziamento di risorse rappresenta solo il motorino d’avviamento di una complessa macchina burocratica preposta al controllo e alla validazione del processo di spesa. Non escono, il giorno dopo lo stanziamento approvato dal Consiglio dei Ministri, i postini di Stato per il ristoro immediato dei danni sulla base di autodichiarazioni. I danni, nella loro evidenza, non determinano la velocità e l’efficacia della risposta.

In quest’ultimo e decisivo tornante della questione si incrocia un’altra gigantesca deriva dell’efficacia amministrativa il cui nome è “burocrazia”. La stratificazione di norme, codici, iter per limitare l’arbitrio e l’arbitrarietà degli interventi ha prodotto un mostro che ingigantisce e paralizza il “fare” e produce “assenza di iniziativa”.

E’ esattamente quanto vanno denunciando da due giorni gli abitanti dei borghi e delle città emiliano-romagnole, dal fango e con le lacrime agli occhi. Ora tutto è fermo e sospeso. Chi ha investito per ripartire un anno fa non ha più risorse per riprendere anche oggi. L’Italia della generosità e della solidarietà è già scesa in campo con stivali, badili, cucine da campo, medicinali, ospedali o comunque presidi di primo intervento stante la chiusura per allagamento di quelli presenti sul territorio.

La coesistenza possibile di piani di alto, altissimo impegno per contrastare gli effetti avversi del mutamento climatico e quindi anche delle risposte adeguate non può essere usata come alibi per procrastinare una ordinaria manutenzione o una poco più che ordinaria riparazione dei focolai del disastro, che gli stessi abitanti del posto sanno correttamente indicare per filo e per segno, per numero civico e chilometro esatto della statale.

A d una popolazione si è ritrova sotto metri di acqua e che rivede irrimediabilmente perso e distrutto l’abitare e l’intraprendere quotidiano, non si deve e non si può chiedere di avere speranza nel prossimo piano planetario di risanamento e messa in sicurezza.

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