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Il de-influencing scuote il mondo del social media marketing

Un nuovo fenomeno social dai risvolti positivi

C’è un nuovo, assai interessante fenomeno che si sta facendo sempre più strada nei social media… che ovviamente ha un nome inglese: il “de-influencing”.

Cosa fanno i de-influencer?

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Invece che consigliare sconsigliano, smascherano piccole e grandi truffe, perseguitano  gli influencer che si fanno tentare dal green washing e dalla finta carità, come è avvenuto con i pandori e le uova di Pasqua di Chiara Ferragni, sanzionata e anche messa sotto processo per aver lasciato credere che parte dei proventi dei dolci firmati da lei sarebbero andati ad attività filantropiche.

Partito circa un anno fa, il fenomeno è cresciuto come una sorta di fiume carsico, ed ora sembra essere in grado di modificare le prassi del social media marketing, i cui protagonisti hanno goduto di una lunga e brillante stagione.

È assai difficile stabilire le origine precise di questo fenomeno: in rete circola il nome di una ex commessa, tale Maddie Wells,  che ha cominciato a fare recensioni sui prodotti che i clienti hanno rimandato indietro con maggiore frequenza. Mentre il caso più clamoroso – prima del ben noto pandoro – è stato quello di Mikayla Nogueira, influencer da oltre 14 milioni di follower, che ha visto svanire la sua reputazione dopo aver barato sulla qualità di un mascara grazie ad un paio di ciglia finte aggiunte dopo l’applicazione del trucco. Più trucco di così…

Secondo il magazine on-line Polo Digitale, la de-influencer del momento sarebbe una ventiseienne di Dallas, Alyssa Kromelis, che in poche settimane, grazie al video “Prodotti su TikTok che odio”  ha fatto registrare 4,8 milioni di visualizzazioni. Alyssa si propone di diventare una sorta di Robin Hood in gonnella, segnalando ai ragazzi che non si possono permettere prodotti costosi promossi da influencer famosi, delle alternative altrettanto valide ad un costo diverse volte inferiore.

In Italia è salita all’onore delle cronache la modella rumena Andreaa Daniela Tolomeiu, che si diverte sostanzialmente a fare la cliente che mette alla prova i prodotti di bellezza, giudicandoli dalla loro performance affettiva, e non con gli aggettivi consigliati dallo sponsor. Il suo nome d’arte è “Onesta”, ed è diventata ben presto un punto di riferimento in rete.

A ben guardare, la molla che muove il de-influencer è la stessa che muove l’influencer: la ricerca della popolarità e dei follower. Ma cosa c’è in agguato? L’evidente possibilità che il de-influencer con pochi scrupoli si presti nel mettere a disposizione delle marche la sua buona reputazione, o, nel peggiore dei casi, si renda disponibile a denigrare dei prodotti dietro compenso di una azienda concorrente.

È quello che in fondo sta succedendo tutti i giorni con i de-bunkers e i fact-checkers, che si definiscono indipendenti, ma le cui logiche sono molto spesso fin troppo trasparenti.

La crescita di questo nuovo fenomeno denota un fatto indubbiamente positivo: i giovani consumatori stanno cominciando a svegliarsi e a cercare la qualità al minor prezzo possibile.

Una grande occasione per le aziende che intendono vivere sul serio la Responsabilità Sociale dell’Impresa come una componente essenziale del business.

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