Oggi, lunedì 21 settembre, si celebra in tutto il mondo la Giornata internazionale della pace. Istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1981 e fissata dal 2001 in una data unica, la ricorrenza è dedicata alla non violenza e all’invito al cessate il fuoco. Arriva in un momento in cui numerosi conflitti armati continuano a produrre vittime, sfollamenti e ferite che i territori impiegheranno decenni a rimarginare. Il tema scelto dall’ONU per il 2026 è “Invest in Peace – For Everyone, Everywhere, Every Day”: investire nella pace, per tutti, ovunque, ogni giorno.
La scelta del verbo “investire” non è casuale. Si investe in ciò che si ritiene prezioso e si desidera far crescere nel tempo, con pazienza e continuità. Applicato alla pace, significa abbandonare l’idea che essa sia una condizione che si manifesta solo quando le armi tacciono, e riconoscerla invece come il risultato di scelte quotidiane: sicurezza, dignità, opportunità, cooperazione, rispetto dei diritti umani.
Dove questi elementi mancano, i conflitti trovano terreno fertile; dove vengono coltivati, la convivenza si rafforza. Prevenire la violenza è, quasi sempre, meno oneroso che ricostruire ciò che essa distrugge, sul piano umano come su quello economico.
L’accento di quest’anno cade sulle persone che, lontano dai tavoli diplomatici, costruiscono stabilità dal basso: volontari, associazioni, insegnanti, operatori sociali, comunità locali che affrontano le radici profonde della violenza, come discriminazioni, disuguaglianze ed esclusione.
È un messaggio che parla anche a noi. La pace si costruisce nelle scuole, nei quartieri, nei luoghi di lavoro, nel modo in cui si gestisce un disaccordo o si accoglie chi è diverso. Non è un traguardo lontano, ma un processo che si alimenta di gesti concreti e ripetuti.
Chi si occupa di sostenibilità sa che non esistono transizioni ecologiche credibili in un mondo attraversato dalla guerra. I conflitti devastano ecosistemi, contaminano suoli e acque, distruggono infrastrutture essenziali e spingono intere popolazioni ad abbandonare le proprie terre. Allo stesso tempo, la competizione per risorse sempre più scarse e gli effetti della crisi climatica possono acuire tensioni già esistenti.
Per questo l’Agenda 2030 dedica uno dei suoi obiettivi, il numero 16, a pace, giustizia e istituzioni solide, riconoscendo che senza di essi gli altri traguardi di sviluppo restano fragili. Pace, tutela dell’ambiente e giustizia sociale sono facce della stessa medaglia: indebolirne una significa compromettere le altre.
La responsabilità sociale comincia dove finisce l’indifferenza. Le imprese possono contribuire alla pace garantendo condizioni di lavoro dignitose, filiere trasparenti e rispettose dei diritti umani, pratiche inclusive contro ogni forma di discriminazione, investimenti nelle comunità in cui operano. Le istituzioni, dal canto loro, hanno il compito di sostenere l’educazione alla cittadinanza, il dialogo interculturale e le politiche di prevenzione della violenza.
Investire nella pace, in questo senso, è anche una scelta di lungimiranza: comunità coese e società inclusive sono più resilienti, e lo sono anche i sistemi economici che ne dipendono.
In tutta Italia la giornata è accompagnata da marce, incontri, concerti e iniziative educative, molte promosse da scuole, enti locali e realtà del terzo settore. Partecipare è un modo per dare visibilità a una cultura della pace.
Ma il senso più profondo del tema di quest’anno è un altro: il 21 settembre non deve restare una data sul calendario. Ascoltare, informarsi con spirito critico, contrastare il linguaggio dell’odio, sostenere chi lavora per la coesione nel proprio territorio sono azioni alla portata di ciascuno. La pace, ricordano le Nazioni Unite, è una responsabilità condivisa. E si costruisce, come ogni cosa che dura, giorno dopo giorno.