Il Parlamento francese ha approvato definitivamente il provvedimento il 21 luglio, facendo della Francia il primo Paese dell’Unione europea ad adottare una misura di questo tipo. La norma scatterà il 1° settembre 2026 per i nuovi account; le piattaforme avranno poi quattro mesi di tempo per intervenire sugli account già esistenti, che saranno interessati dal divieto dal 1° gennaio 2027. Il sistema dovrà poggiare su meccanismi di verifica dell’età, affidati alle piattaforme secondo modalità compatibili con il quadro normativo europeo.
L’obiettivo dichiarato è la protezione dei minori. Il bersaglio, dunque, non è lo smartphone in quanto dispositivo, ma l’accesso ai social network e a un ecosistema digitale caratterizzato da algoritmi progettati per massimizzare il tempo di permanenza degli utenti, notifiche continue, ricerca dell’approvazione sociale, esposizione a contenuti potenzialmente dannosi, cyberbullismo e pressione sociale.
La situazione italiana
In Italia il dibattito sul rapporto tra minori e social network si è intensificato negli ultimi mesi. Il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, ha più volte sostenuto la necessità di introdurre un limite per l’accesso ai social da parte dei minori, con particolare attenzione agli under 15.
Sul fronte parlamentare, al Senato è ferma da quasi un anno una proposta di legge bipartisan che porta le firme di Lavinia Mennuni, di Fratelli d’Italia, e Marianna Madia, di Italia Viva. L’iter parlamentare non è ancora ripartito, mentre l’obiettivo della maggioranza resta quello di arrivare all’approvazione di un testo entro la fine della legislatura.
Restano, tuttavia, diversi nodi politici e tecnici da sciogliere. Il principale riguarda il livello di restrizione da introdurre, evitando che la norma venga percepita come eccessivamente invasiva delle libertà individuali. A questo si aggiungono le questioni legate alla verifica dell’età, alla tutela della privacy e alla responsabilità delle piattaforme.
Il punto di vista dell’Unione europea
Anche l’Unione europea guarda con crescente attenzione al tema. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha sottolineato come le diverse iniziative nazionali rappresentino un terreno di confronto per arrivare a un approccio comune.
Bruxelles sta esaminando le proposte avanzate dai diversi Stati membri con l’obiettivo di armonizzare le regole e individuare una soluzione condivisa. Al centro del confronto ci sono soprattutto due questioni: stabilire “a quale età e in quali circostanze” i minori possano accedere ai social e definire “quali requisiti” le piattaforme debbano rispettare per dimostrare di garantire la sicurezza degli utenti più giovani e offrire contenuti adeguati alla loro età.
Dalle diverse iniziative nazionali, secondo von der Leyen, emerge comunque un punto di convergenza: la necessità di rafforzare la regolamentazione delle piattaforme e di introdurre maggiori garanzie per bambini e adolescenti.
L’Australia tra i precursori: i primi studi e le contromisure
La stretta francese arriva dopo quella adottata dall’Australia, che ha introdotto una restrizione nazionale per gli under 16, entrata in vigore alla fine del 2025.
I primi studi sull’impatto della misura restituiscono un quadro complesso. Una ricerca dell’Università di Newcastle, pubblicata nel 2026 e condotta su 408 adolescenti tra i 12 e i 17 anni, ha rilevato che oltre l’85% degli under 16 continuava ad accedere ai social soggetti alle restrizioni nei primi mesi di applicazione.
Gli adolescenti coinvolti nello studio hanno riferito di essersi imbattuti nei sistemi di verifica dell’età, ma anche di aver fatto ricorso ad account falsi, profili di amici o familiari e altri strumenti per aggirare le limitazioni. Secondo i ricercatori, nei primi tre mesi dall’entrata in vigore della legge non sarebbe emersa una riduzione sostanziale dell’uso dei social tra gli adolescenti interessati.
Un dato che non consente, almeno per ora, di decretare il fallimento della misura, ma che mette in luce una delle principali difficoltà delle politiche di restrizione dell’accesso: trasformare un divieto legislativo in un comportamento effettivamente osservato è particolarmente complesso quando si ha a che fare con servizi digitali globali, accessibili da dispositivi personali e difficili da controllare.
Nel frattempo, il governo di Canberra ha deciso di inasprire le conseguenze economiche per le piattaforme che non rispettano gli obblighi. Il primo ministro Anthony Albanese ha annunciato l’intenzione di raddoppiare, da 49,5 a 99 milioni di dollari australiani, la sanzione massima prevista per le aziende che non impediscono ai minori di accedere ai social in violazione delle nuove regole.
L’allarme internazionale e la necessità di una strategia più ampia
I dati internazionali suggeriscono che la preoccupazione per gli effetti dell’esposizione digitale sui più giovani non sia un fenomeno passeggero. L’Organizzazione mondiale della sanità ha documentato la crescita dell’uso problematico dei social tra gli adolescenti; le autorità sanitarie statunitensi hanno invitato a una maggiore cautela; gli esperimenti australiani mostrano quanto possa essere difficile rendere effettive le restrizioni; e gli studi sull’uso degli smartphone nelle scuole hanno riacceso il dibattito sul rapporto tra dispositivi, distrazione, apprendimento e benessere degli studenti.
Il quadro che emerge è quello di un fenomeno complesso, che non sembra poter essere affrontato con un’unica misura. Vietare l’accesso ai social sotto una determinata età può rappresentare uno strumento di protezione, ma pone problemi di applicazione, verifica dell’età e tutela della privacy. Limitare l’uso degli smartphone a scuola può ridurre le distrazioni, ma non incide necessariamente sulle abitudini digitali fuori dall’ambiente scolastico.
La strada, dunque, appare ancora lunga. Ma il confronto internazionale indica una direzione sempre più chiara: intervenire su più fronti, coinvolgendo istituzioni, famiglie, scuole e piattaforme tecnologiche. Con una consapevolezza di fondo: non esiste una soluzione unica e nessun divieto, da solo, può sostituire l’educazione digitale e la responsabilità degli adulti.