HomeNEWSInfanziaLo spot “infortunato”: quando la pubblicità sessualizza anche l’infanzia

Lo spot “infortunato”: quando la pubblicità sessualizza anche l’infanzia

Una minigonna, uno sguardo infantile e l’ennesima deriva del marketing: il caso dello spot contestato da Selvaggia Lucarelli riaccende il dibattito su etica, tutela dei minori e relativismo mediatico

“Le pubblicità di Diletta Leotta per le solite scarpe infortunistiche sono sempre state brutte e vabbè. Hanno sempre avuto quel gusto anni ’90 nell’ammiccare al sesso, col corpo di Leotta al centro, raccontato come oggetto del desiderio maschile. L’ultimo spot però fa un passo ulteriore: la pubblicità mette ancora al centro il corpo di Leotta con una ripresa di lei in minigonna inguinale e ripresa dal basso. Solo che questa volta lo sguardo maschile del desiderio, protagonista del solito spot sessualizzante, è quello di un bambino che avrà 7 anni“. 

Così ha stigmatizzato l’incredibile pubblicità Selvaggia Lucarelli, che ogni tanto ne azzecca qualcuna, sia pure con qualche disattenzione: quel corpo è di una modella, e non della Leotta. 

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In molti siamo rimasti basiti nel vedere il ragazzino totalmente ammaliato dalla “minigonna inguinale”. Ci sembrava di ricordare che per un po’ i minori fossero stati banditi dalla pubblicità. 

Ma poi erano intervenuti il Codice di Autodisciplina Pubblicitaria e il Comitato Media e Minori, con normative atte a tutelare dignità e privacy: “Gli spot devono rispettare la dignità personale, l’immagine e la privacy dei minori, evitando situazioni che possano danneggiarli psicologicamente o fisicamente”.

Ebbene, pareva lampante che lo spot in questione rientrasse a pieno titolo in questa fattispecie…invece niente. Lo spot ogni tanto riappare, segno che lo IAP non è intervenuto.

Che dire poi dei genitori del ragazzino, visto che il Testo Unico dei Servizi di Media Audiovisivi e Radiofonici (D.lgs. 177/2005) e il Codice in materia di protezione dei dati personali (D.lgs. 196/2003, aggiornato al GDPR) impongono ulteriori cautele, come il consenso dei genitori per l’uso dell’immagine dei minori?

Evidentemente la tentazione di vedere apparire la propria creatura in tv, sia pure in un contesto estremamente imbarazzante e diseducativo, ha fatto aggio sul rispetto del Testo Unico.

Un’altra prova, se ce ne fosse bisogno, che il relativismo etico ha dilagato ovunque, dalla tv alle famiglie. Ad un punto tale da sollevare persino l’indignazione di Selvaggia Lucarelli.

O tempora, o mores!

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