Il rapporto “Le Equilibriste 2026” di Save the Children scatta una fotografia poco incoraggiante del Paese per quanto riguarda la maternità.
Nel 2025 le nascite sono scese a circa 355 mila con un calo del 3,9% rispetto all’anno precedente. Il tasso di fecondità si ferma a 1,14 figli per donna, ovvero al di sotto della media europea (1,34 figli per donna nel 2024).
La child penalty
Nella fascia tra i 25 e i 34 anni, quasi una donna su quattro dichiara di non avere condizioni lavorative adeguate per avere un figlio. In Italia, infatti, la nascita di un figlio segna spesso un forte cambiamento nelle traiettorie lavorative delle donne. La cosiddetta child penalty – che misura l’impatto sulla partecipazione al lavoro, sui salari e sulle prospettive di carriera – arriva al 33% e produce effetti duraturi nel tempo.
Il rapporto “Le Equilibriste 2026” di Save the Children evidenzia, inoltre, come dopo la nascita di un bambino anche i divari di genere sono molto marcati nel lavoro. Tra gli uomini la paternità è associata a una maggiore occupazione (oltre il 92% dei padri 25-54 anni lavora a confronto del 78.1% degli uomini nella stessa fascia senza figli), mentre per le donne accade l’opposto. Il tasso di occupazione femminile scende dal 68,7% tra le donne senza figli al 63,2% tra le madri con almeno un figlio minorenne, con un calo più marcato al crescere del numero di figli (67% con uno, 58,8% con due o più) e si riduce ulteriormente al 58,2% tra le madri con figli in età prescolare.

Le condizioni occupazionali cambiano molto a seconda dell’area geografica: tra le madri con figli minori, il tasso di occupazione arriva al 73,1% al Nord e al 71% al Centro, mentre nel Mezzogiorno scende sotto il 45,7%. Un fattore di protezione risulta essere il titolo di studio.
A questo si aggiunge che il 32,6% delle donne 25-54enni con figli minori lavora part-time, e in oltre un caso su dieci si tratta di part-time involontario (11,7%). Tra i padri la quota è nettamente più bassa (3,5%).
L’Indice delle Madri
Il rapporto “Le Equilibriste 2026” include – come ogni anno – anche l’Indice delle Madri, realizzato in collaborazione con l’ISTAT.
Tale indice fornisce una graduatoria che mette a confronto le Regioni italiane, evidenziando dove per le mamme è più facile o difficile vivere. L’indice si basa su un’analisi approfondita di 7 dimensioni – demografia, lavoro, rappresentanza, salute, servizi, soddisfazione soggettiva e violenza – utilizzando 14 indicatori provenienti da diverse fonti del sistema statistico nazionale.
Quest’anno l’Emilia-Romagna si conferma la regione più “amica delle madri”, seguita dalla Provincia Autonoma di Bolzano e dalla Valle d’Aosta, che torna sul podio dopo il calo registrato nell’anno precedente.
Al contrario, si registrano arretramenti nel Nord-Est: il Friuli-Venezia Giulia scende dall’8° al 13° posto e il Veneto dal 9° al 12°, evidenziando un indebolimento relativo nel confronto nazionale.
Nel Mezzogiorno il quadro resta complessivamente stabile e su livelli inferiori alla media nazionale: l’Abruzzo si conferma la regione meglio posizionata (14° posto) tra quelle meridionali, mentre in fondo alla classifica si collocano la Basilicata, la Puglia e la Sicilia, che resta all’ultimo posto.
A questo link il rapporto completo.